Wisława Szymborska

Ormai la notizia è copiosamente rimbalzata su tutti i social network (usando un’espressione che piace tanto ai giornalisti): Wisława Szymborska è morta. E’ morta a 88 anni, dopo aver fatto risuonare i suoi versi in diverse lingue. E’ morta nel sonno, a casa sua, a Cracovia. E’ morta la poetessa, è morta la fumatrice incallita. E’ morta quella signora, che mentre vedeva gli altri affannarsi attorno a lei perché era ‘premio Nobel’, sorrideva tranquilla, come se il Nobel fosse l’ultima delle sue preoccupazioni. Ho visto Wisława Szymborska una sola volta nella vita, da lontano, ma non mi sembra vero che sia morta. Sì, perché i suoi volumi di poesie continuano a stare sullo scaffale del mio studio, continuano a parlare e sono certa che qualcuno addirittura canti. Che altro può fare la poesia di Wisława Szymborska se non volteggiare nell’aria? I suoi versi si possono respirare, toccare con mano. Parlano della banale quotidianità, di cipolle, funerali, gatti, amore, statue… Perchè di questo è fatto il mondo in cui viviamo. Ma questa quotidianità così spaventosa viene colorata dalla poeticità della sua autrice, che senza usare termini astrusi, giri di parole senza senso, riesce a comunicarci la sua visione del mondo disillusa, eppure ancora spensierata. E’ come se ci volesse dire che tutto dipende da come prendiamo quello che ci capita. Possiamo aggredire la realtà, o mettere un paio di occhiali colorati e chiacchierarci un po’.  A noi lettori la scelta.

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