Natale con i tuoi, Pasqua come puoi 2

Sapete, alla fine Leopardi aveva ragione: di tutta l’eccitazione che c’è nel preparare una festa, poi al momento di godere degli sforzi non resta poi molto.

Le vacanze tanto attese sono passate velocemente , è ora di tornare alle solite occupazioni, con un po’ più entusiasmo del solito (“Ma come, hai avuto tre giorni, non ti sei riposato?”). Prima di affondare di nuovo la testa nella quotidianità, però, apro un’ultima finestra sulla Pasqua appena passata. Ebbene, alla fine il cestino è stato preparato e benedetto. Tutto o quasi il suo contenuto è stato puntualmente e diligentemente mangiato la mattina di Pasqua a colazione, ho cucinato la babka, il dolce tradizionale, e mio marito si è cimentato nel suo primo barszcz (un’ottima zuppa, di cui mi sono goduta da lontano la preparazione) che, inutile dirlo, è venuto squisito.

Forse è un pensiero altamente infantile, ma mai come in questi giorni ho provato un senso di profonda gratitudine nei confronti dei miei genitori che durante tutte le feste, a Pasqua e a Natale, riuscivano a fare dei piccoli miracoli, mettendo in tavola ogni sorta di prelibatezza e riuscendo a conservare ancora un po’ di buon umore per noi bambini facendoci sorprese e regali. Sono cose che diamo per scontate per anni finché, all’improvviso, un giorno, non ci troviamo dall’altra parte della barricata e ci rendiamo conto che quello che per noi era così piccolo e insignificante, come la tavola apparecchiata a festa la mattina di Pasqua, o la preparazione di un dolce, richiedeva anche qualche momento di fatica, voleva dire togliere un po’ di tempo al riposo o alla lettura.

Non ci avevo pensato mettendo il titolo a questo post, ma veramente quest’anno per me la Pasqua è stata festeggiata esattamente “come potevo”, con tutta l’insesperienza e la fatica del caso, cercando di imitare maldestramente l’atmosfera familiare. Ma sapete una cosa? Alla fine, nonostante le ore di lavoro in cucina sparissero in qualche decina di minuti di abbuffata generale, sono contenta: in questi giorni la mia nuova casa è diventata ancora più “casa”.

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Autonostalgia

Ho sempre sofferto di nostalgia. Da piccola mi bastava allontanarmi un attimo da casa perché gli occhi mi si riempissero di lacrime e mi bastava solo pensare a mamma, papà e a mia sorella per scoppiare in un pianto a dirotto. Ho sempre pensato che le cose sarebbero cambiate, che un giorno sarei diventata forte. Quella nostaglia, però, è restata sempre lì. Adesso si manifesta all’improvviso, in maniera molto più sciocca. Non riesco a buttare una boccetta di profumo finita che mi è stata regalata da qualcuno a cui voglio bene e non riesco proprio a separarmi dal peluches che mio papà mi ha comprato 20 anni fa dopo una seduta dal dentista. Mi manca l’atmosfera del Natale, quando credevo in Gesù Bambino e speravo di ritorno dalla messa di mezzanotte che il gatto mi parlasse, perché – si sa – gli animali la notte di Natale parlano. Mi mancano i momenti spensierati, che sul momento non lo erano affatto, ma che adesso, nella mia memoria distorta sono così.

Sto per cambiare vita, per stravolgere tutto un’altra volta e mi sono chiesta – seriamente, senza esagerazioni – se sarò in grado di sopravvivere allo stacco dalla mia vita attuale. Mi sono chiesta se quel dolorino che sta sempre lì, in fondo, esploderà e mi farà annegare in un mare di lacrime, rimorsi, rimpianti e sensi di colpa. Ma poi, quando già mi figuravo distrutta, dimagrita e cosparsa di cenere, quando già stavo per disperarmi per la mia imminente disfatta, mi è venuto un atroce dubbio.

Dentro di me si è insinuata un’idea illogica, ma estremamente realistica. La verità è che io non provo nostalgia per niente e per nessuno. Cioè, ovvio che la provo, ma in quantità normali e comprensibili. Il punto è che io provo nostalgia per me stessa. La mia è un’autonostalgia. Quell’onda che ho dentro è solo ed esclusivamente per quella persona che non ho avuto ancora il coraggio di essere. Per tutti quei sì che ho detto poco convinta, per tutte quelle volte che ho detto “non importa”, quando in realtà importava eccome, per tutte le volte che ho rinunciato a un sogno perché gli altri non avrebbero capito.

Stream of consciousness, tanto per gradire

Mi è arrivata una mail di mio papà che mi mandava una foto. Niente di sdolcinato, solo una cosa di lavoro. Dopo un attimo che esamino la foto, riconosco il luogo in cui è stata scattata. Il documento della foto era stato appoggiato sul tavolo del salotto, sopra il bel copritavolo bianco, che mia madre ha comprato dopo giorni di tentennamenti. Non lo so perché, ma all’improvviso mi è venuto un groppo in gola. Ho visto mamma, mentre stendeva questo copritavolo con mano esperta. Ho ripensato agli anni di esperienza e “perfezione” che a me e mia sorella sono stati regalati dai nostri genitori. Certo che non c’era niente di perfetto, io e mia sorella ci opponevamo, gridavamo, litigavamo, abbiamo fatto le nostre battaglie, com’è giusto che sia tra genitori e figli. Ma adesso che ho compiuto 31 anni e che sto costrunedo pian piano la mia piccola famiglia, penso che un tempo i miei genitori sono stati come me, come noi. Pieni di insicurezze, imperfezioni, paure. Chissà quante volte si saranno chiesti se quello che stavano facendo era la cosa giusta, quante volte avranno avuto paura di non riuscire a fare abbastanza. Eppure ci hanno regalato una vita felice, serena senza farci mai mancare niente. A fatica sto andando dall’altra parte della barricata e mi chiedo se sarò in grado di fare quello che hanno fatto loro, quello che una volta sembrava così poco, ma che in realtà è stato tutto il mio mondo.