Qui e ora o altrove e domani?

E’ un periodo un po’ complesso per me, da ogni punto di vista. Mi è capitato di avere qualche attacco di ansia, niente di grave, solo una normale reazione ai cambiamenti potenti che si stanno affacciando nella mia vita. Non sapendo come fare fronte a queste esperienze ho cercato su internet dei consigli. In realtà si cercano queste cose solo per vedere se c’è qualcuno che condivide la tua ansia, non per trovare una soluzione reale.

Comunque, i vari consigli che ho letto erano accomunati da un filo conduttore: vivere il qui e l’ora, le ansie non esistono, perché sono previsioni su quello che accadrà e che non è ancora accaduto e che quindi è inutile preoccuparsi. Effettivamente il ragionamento non fa una piega e devo dire che aiuta, poco, ma aiuta a relativizzare le cose. Poi, però, ho pensato ai milioni di libri costruiti sull’immaginazione, le paure, i desideri e mi sono chiesta: ma non è proprio questo il bello della vita? E allora perché condanniamo con così tanta asprezza le nostre paure, i nostri desideri? Forse invece di cacciare questi mostri, dovremmo accoglierli e ringraziarli, perché senza di loro la nostra vita sarebbe un’arida successione di eventi.

Stream of consciousness, tanto per gradire

Mi è arrivata una mail di mio papà che mi mandava una foto. Niente di sdolcinato, solo una cosa di lavoro. Dopo un attimo che esamino la foto, riconosco il luogo in cui è stata scattata. Il documento della foto era stato appoggiato sul tavolo del salotto, sopra il bel copritavolo bianco, che mia madre ha comprato dopo giorni di tentennamenti. Non lo so perché, ma all’improvviso mi è venuto un groppo in gola. Ho visto mamma, mentre stendeva questo copritavolo con mano esperta. Ho ripensato agli anni di esperienza e “perfezione” che a me e mia sorella sono stati regalati dai nostri genitori. Certo che non c’era niente di perfetto, io e mia sorella ci opponevamo, gridavamo, litigavamo, abbiamo fatto le nostre battaglie, com’è giusto che sia tra genitori e figli. Ma adesso che ho compiuto 31 anni e che sto costrunedo pian piano la mia piccola famiglia, penso che un tempo i miei genitori sono stati come me, come noi. Pieni di insicurezze, imperfezioni, paure. Chissà quante volte si saranno chiesti se quello che stavano facendo era la cosa giusta, quante volte avranno avuto paura di non riuscire a fare abbastanza. Eppure ci hanno regalato una vita felice, serena senza farci mai mancare niente. A fatica sto andando dall’altra parte della barricata e mi chiedo se sarò in grado di fare quello che hanno fatto loro, quello che una volta sembrava così poco, ma che in realtà è stato tutto il mio mondo.

Senza testa

Recentemente ho visto un video in cui si descriveva la sensazione di non vivere la propria vita, ma di stare accanto ad essa, come uno spettatore. E’ stato un attimo. “Eccomi qua”, ho pensato subito. Stanno passando i giorni e quella sensazione non passa. Io sono qui a scrivere: batto con le dita la tastiera, con gli occhi uno sguardo allo schermo, uno alla tastiera… ma la testa è di nuovo fuori. La testa si sta occupando di qualcosa che è fuori di qui. Allora, io chiamo la testa e le dico: “Dai, sto facendo una cosa che riguarda me, ho bisogno di te”. E niente, quella se ne va. Non è lontana, sento che è qui nei paraggi, magari sta solo guardando con curiosità quello che sto scrivendo. Ma non ha nessuna intenzione di partecipare, come se non la riguardasse affatto. Mentre io mi affanno a capire quello che le sta frullando dentro.

Quindi, ecco, forse, mi devo rassegnare a vivere senza testa, o con una testa leggermente spostata dal collo.